I robot che amiamo e che ci amano. Siri, la voce che ci spiega il perché

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robot nell'era di internet

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I robot, che ci stanno cambiando la vita, ci presentano il mondo virtuale

Fino a qualche decennio fa, i ragazzi guardavano in televisione (alcuni erano costretti ancora al bianco e nero) i robot che salvavano l’umanità dal male. Oggi non si guarda più a questi personaggi come ai magnanimi salvatori degli anni ’80 ma ai robot che teniamo nei nostri strumenti elettronici, sempre più moderni e sofisticati, che hanno una vita così breve da non superare neanche i sei mesi di vita.

Ma questi robot ci aiutano nella vita, rispondendo alle nostre domande e dandoci il consiglio migliore per risolvere un problema.

La Apple ha proposto Siri, una voce suadente e incalzante, capace di svelare gli enigmi più complessi, ma che si offende se l’educazione non è proprio alla nostra portata.

Cerchiamo un albergo perché la macchina è andata in panne, siamo in una zona a noi completamente estranea e interroghiamo Siri perché ci fornisca l’alloggio che stiamo cercando nei paraggi. La strada è buia e priva di ogni riferimento all’albergo, Siri ci accompagna per mano fino all’hotel. La nostra soddisfazione si trasmette al dispositivo, che recepisce la gratitudine. Ma per quale motivo, i programmatori hanno voluto applicare alle macchine una sorta di psicologia? E, soprattutto, l’esperimento è riuscito?

Ormai non è infrequente trovare gruppi di persone, tutte munite di dispositivi elettronici, che dialogano tra di loro con le macchine e non con le parole e gli sguardi. La chat ha sostituito l’emozione verbale dell’incontro. Le emoticon sostituiscono l’espressione facciale. Non ci guardiamo più in faccia ma guardiamo lo schermo dell’aggeggio elettronico, sicuri che da questo risulterà quella emozione che stiamo cercando ma che non ci curiamo di renderla fisicamente presente. L’empatia è divenuta la nostra migliore sconosciuta.

Sherry Turkle, un’antropologa americana, ha scritto un libro: “La conversazione necessaria”, pubblicato e tradotto in Italia da Einaudi, in cui spiega che la relazione tra uomo e macchina, oggi ormai sempre più stretta, è un problema che va risolto quanto prima, proprio per evitare di rimanere incastrati in quel mondo sintetico e innaturale che le macchine vogliono imporci.

I bambini oggi pensano che i robot possano fare quello che noi umani non vogliamo più fare. Pensano al robot che porta le pantofole al nonno, al robot che fa il caffè e lo serve in salotto, al genio elettronico che fa i compiti di matematica. I bambini, davanti a certi giochi elettronici, pensano che la realtà sia uguale al virtuale e che si possa facilmente tornare indietro – proprio come in un gioco – a rimediare ad eventuali errori commessi. Nel mondo virtuale, il rimedio si trova sempre. Diverso è il mondo reale. Ma bisogna conoscerne la differenza.

Ma tornando a Siri.. Siri è colta e impertinente. Risponde a tono, forse per cercare un dialogo. Ma, da parte nostra, il dialogo non può esserci. Ad una lacrima che finisce sullo schermo, Siri non mi ha risposto. I dispositivi di ultima generazione sono impermeabili e resistenti all’acqua. La mia emozione, trasmessa non attraverso la parola, non ha sortito alcun effetto. Siri mi può portare un numero all’ennesima potenza, mi può indicare la direzione di viaggio, può rimanere stizzita di fronte ad una mia dichiarazione maleducata, può fare milioni di altre cose ma non sarà mai in grado di sentire la mia anima. Per questa volta, l’esperimento è fallito!

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