Riflessioni dal carcere sul 41bis, di Cinzia Prinari

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41bisIl 41bis visto con gli occhi di una detenuta

Come ricevo condivido, con una sola precisazione: difficilmente queste parole verranno lette in pubblico, a Padova, a causa di una mia incorretta comunicazione alle ragazze del carcere di Lecce, ma non posso deludere Cinzia, Lucia, Rosanna e le altre collaboratrici del nostro Progetto Carceri #Recidivazero e le pubblico qui, semplicemente, all’attenzione di chi le vuole leggere.

Un pensiero di Cinzia Prinari, detenuta nel carcere di Lecce, sezione comuni, la quale, attraverso queste righe, vuole esprimere, in occasione della giornata di studi del 20 gennaio 2017 che si terrà a Padova, il suo personale pensiero sulle pene alte in quanto argomento che la tocca dal vivo perché il marito sconta una pena di 30 anni in regime di alta sicurezza lontano da anni dal paese di origine.

Il testo:

In Italia non c’è la pena di morte perché l’Italia è uno stato democratico. Mi soffermo un attimo per capire e riflettere sul significato della parola “democrazia”. Mi fa pensare ad uno Stato libero dove ogni cittadino può dire la sua, avere delle opinioni ed esporle. Siamo in un paese “civile” eppure si resta perplessi sul sistema giustizia, come possono esistere in un Paese civile il “fine pena mai”, il 41bis ai quali molte, moltissime persone sono sottoposte? In molti hanno evidenziato questo sistema disumano paragonando certe pene a delle morti bianche, ma solo nel rispetto dello Stato perché si sa, le sentenze vanno rispettate, ma isolare una persona è la forma più crudele di uccidere un uomo e lo Stato esercita la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”, una morte senza sangue, un’agonia lenta e silenziosa, silenziosa per non far morire le coscienze di chi le applica. Trovo ingiusto questo trattamento perché è la peggiore delle morti. Un familiare ha la possibilità di andare a trovare i propri cari defunti ogni giorno per portare loro un fiore sulla tomba invece chi è sottoposto al 41bis, con il fine pena mai è limitato ad una sola visita al mese e tutto questo dopo lunghe ed umilianti trafile burocratiche, controlli e perquisizioni da dover lasciare anche la dignità nell’armadietto del primo blocco per attraversare l’inferno, per arrivare a quel parente che lo aspetta seduto dietro a un vetro, sotto la telecamera che è visionata per tutta la durata del colloquio. E questo è solo l’aspetto esterno per un condannato perché chi è sottoposto a questo regime viene privato di ogni aspetto umano, non ha diritto nemmeno ad avere un libro in cella, non ha diritto ad avere un angolo di privacy perché anche nel bagno è visionato da una telecamera. Non ha diritto di abbracciare la famiglia perché può parlarci solo da dietro un vetro e anche le voci dei propri cari diventano voci estranee, perché si può parlare solo attraverso un citofono per togliere dall’anima anche la gioia di portarsi in cella un ricordo da custodire nel cuore per trovare la forza di sopravvivere. Mi chiedo se non sia più democratico il Paese che applica la “pena di morte”, almeno non si maschera nell’ipocrisia di definirsi Paese civile. Un uomo, se uccide, è un assassino, ma non si muore solo di sangue, è giusto che si paghi per il reato che si è commesso, ma lo Stato non deve diventare complice

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