L’inquinamento bellico di cui si parla poco

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Inquinamento_bellico

A pochi giorni dalla Conferenza Mondiale sul Clima di Marrakesh una semplice considerazione sugli effetti dell’inquinamento bellico

In un appunto scritto circa due anni fa esaminavo brevemente l’impatto che ha un conflitto in termini di inquinamento ambientale. I dati che emergevano erano davvero impressionanti e prendevano come principale parametro di riferimento la Guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991) 

“Considerando che durante quel conflitto il totale delle ore di volo dei caccia fu complessivamente di 6.900 otteniamo che solo dai consumi di questi velivoli sono stati prodotti 3.888.000 Kg di Co2 durante i 7 mesi dell’operazione Desert Storm.”
(da sapere che il consumo di un aereo non si calcola in chilometri orari, bensì in ore di volo e, a mo’ di esempio possiamo dire che un Falcon F16 o un caccia F-15 Strike Eagle consumano la bellezza di 16.200 litri di carburante per ogni ora di volo, un elicottero d’assalto Apache AH64 500 litri e se non bastasse, pur non essendo un velivolo è altrettanto interessante sapere che un carro armato Abrams M11 percorre 1 chilometro con 4,5 litri, 450 per 100 Km). Ovviamente questa non è solo che una parte dei consumi prodotti da un conflitto, ad essa dobbiamo aggiungere tutti gli annessi e connessi legati allo spostamento di uomini e armi e, se poi consideriamo la tattica che prevede l’incendio dei pozzi petroliferi da parte dei miliziani costretti alla fuga, come sta accadendo in questi giorni in Iraq e come già successo ai tempi della Guerra del Golfo ci rendiamo conto dell’enorme entità del danno causato da un conflitto in termini di inquinamento.

Questa breve introduzione per parlare di un argomento oramai imprescindibile per una corretta pianificazione del nostro futuro: effetto serra ed inquinamento ambientale.

Il primo importante documento col quale la comunità internazionale prendeva ufficialmente atto del problema risale al 11 dicembre 1997, il cosiddetto Protocollo di Kyoto, al momento ratificato da 195 Paesi facenti parte del UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) che rappresentava uno strumento per consentire ai paesi di collaborare al fine di limitare l’aumento della temperatura globale e i cambiamenti climatici e per affrontarne le conseguenze.

Successivamente, il 1° gennaio 2013, il Protocollo ha accolto l’Emendamento di Doha che prevede un ulteriore abbassamento del 18% di emissioni rispetto i parametri previsti nel 1990 mentre l’Unione Europea si è spinta oltre nel dichiarare che abbasserà, entro il 2020, di altri due punti percentuali questa soglia pericolosa. Durante la recente Conferenza di Parigi sul clima (30 novembre-11 dicembre 2015) si è giunti ad un altro importante accordo globale che prevede un piano d’azione per limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto” dei 2ºC”.

Previsioni, prospezioni …promesse su scadenze piuttosto avanti nel tempo.

Al di là, però, di quelle che per ora sono delle belle intenzioni, bisogna considerare 2 fatti importanti: il primo è che esistono Paesi ampiamente industrializzati che riconoscono, almeno sulla carta dei trattati, le proprie responsabilità sugli effetti del surriscaldamento causato dall’inquinamento e che, sempre sulla carta, propongono possibili soluzioni al problema e Paesi emergenti che sostengono il proprio diritto a raggiungere pari livelli di industrializzazione prima di porsi il caso di una limitazione degli effetti inquinanti. Guarda caso però, i primi sono i maggiori produttori di armamenti sostenitori di attività belliche, Italia compresa, che come abbiamo visto nell’introduzione sono una delle principali fonti di inquinamento climatico; la seconda è che, ben al di là delle buone intenzioni delle diplomazie, che a breve si riuniranno per la ventiduesima Conferenza mondiale sul clima (Marrakesh dal 7 al 18 novembre 2016), i focolai di guerra attivi sul Pianeta (dati aggiornati al 2014) sono la bellezza di 424 in uno scenario in continua evoluzione.

Bene quindi ridurre l’uso del riscaldamento, limitarsi nell’utilizzo dell’automobile ed adottare modelli di vita più ecologici in generale, come suggeriscono il buon senso e l’economia, ma “massimamente” bene adoperarsi per una cultura di pace, di integrazione e di coinvolgimento nella tutela dell’ambiente, per quanto difficile sia di questi tempi, ricordando sempre che, come recita la Costituzione, l’Italia ripudia la guerra

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