Ergastolo: l’assassino dei sogni, di Lucia Bartolomeo

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L’ergastolo visto con gli occhi di chi lo vive sulla propria pelle

A quasi un anno dalla prima pubblicazione sul mio sito ho sentito la necessità di riproporre uno dei primi articoli inviatomi da Lucia Bartolomeo dal carcere di Lecce. Lucia, suo malgrado, si è trovata ad essere la protagonista di una vicenda giudiziaria che l’ha condotta ad espiare la più disumana delle pene: l’ergastolo. A suo carico solo indizi, nessuna “prova provata”, ma quegli indizi, insieme alle circostanze, hanno convinto i giudici che lei fosse colpevole. Noi sappiamo che in uno Stato di diritto le sentenze vanno accettate, senza se e senza ma, sappiamo pure però che esiste la variabile dell’errore umano e tanto ci basta per avere un atteggiamento “possibilista” perché quella mancanza di prove ci lascia, nella coscienza, quel ragionevole dubbio che ci fa domandare: –E se davvero fosse innocente?

Per evitare pericolosi “avvitamenti” su una materia così delicata, nell’introdurre per la seconda volta le riflessioni di Lucia Bartolomeo, mi voglio soffermare solo brevemente sul tema dell’ergastolo e del 41 bis, peraltro al centro dell’attenzione di numerosi gruppi e comitati che proprio in questo periodo si stanno mobilitando per fare sentire la propria disapprovazione. Le argomentazioni a sostegno di coloro che si battono per l’abolizione dell’ergastolo e per l’attenuazione del regime di alta sicurezza sono semplici e si ritrovano all’interno dell’art. 27 della Costituzione, comma 3: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Rieducazione del condannato, si deve intendere quindi che il processo di espiazione, e di rieducazione, siano finalizzati al reinserimento del soggetto nella società, adeguatamente reso consapevole dell’errore commesso e pronto a riprendere la sua parte attiva all’interno di essa, ma come fa una persona sulla cui sentenza c’è scritto “fine pena mai” a vedere nella rieducazione un qualcosa che abbia senso? Se poi al “fine pena mai” si aggiungono anche le condizioni di ostatività ci rendiamo conto, in termini di logica, che quel proposito non può avere seguito. Discorso simile si potrebbe fare per le restrizioni imposte dal 41 bis dove, pur restando ferme le esigenze di isolare la pericolosità di un soggetto, diventa difficile capire le ragioni per le quali allo stesso sia fatto divieto di leggere persino un libro (tanto per citare un esempio). In Italia però, non è ancora stato introdotto il reato di tortura, tanto da essere stata sanzionata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) nel 2013 quindi, in termini concreti e allo stato dei fatti, entrambe queste pene continuano a persistere. Molto si potrebbe aggiungere sull’argomento, ma non è scopo di questa introduzione, al di là di ogni considerazione sull’argomento “ergastolo” preferisco che sia Lucia Bartolomeo a dire la sua, visto che lo vive e lo sconta, dignitosamente, sulla propria pelle

“In nome del popolo italiano…”

Una voce cupa che scorre lenta e imponente come il notiziario di un telegiornale e poi… il silenzio tombale. Ricordi lontani che tornano alla mente turbolenti come piogge violente che affogano l’anima. “Ergastolo” un’unica parola pronunciata con freddezza e inquietudine da un uomo in piedi con la toga, un foglio bianco in mano che sentenzia la morte civile. Intorno a me l’oscurità delle tenebre che incombono lente, il tempo che si ferma, il tic tac delle lancette dell’orologio che scompare. Odo solo un susseguirsi di voci che rimbombano in quella stanza gelida priva di sentimenti, non riesco più a distinguere nulla. Sento solo il bisogno di sedermi e sottrarre il mio corpo dalla fatica di reggersi in piedi. Mi chiedo se sono ancora viva oppure sono già spettatrice della vita da un altro mondo. Sono lì, in quell’oscura aula di tribunale con tutte quelle voci rimbombanti, oppure mi trovo all’inferno, sbattuta da un limbo all’altro? Ad un tratto un dolore lancinante mi attraversa il cuore, mi porto una mano al petto come se volessi fermare il sangue di una ferita aperta, ma in realtà il mio cuore sanguina nel suo interno e non posso fermare quell’emorragia di sofferenza che tormenta il mio essere. Parole e sensazioni che possono descrivere solo in piccola parte cosa si prova quando si è protagonisti di un verdetto così pesante ed estremo. Il mio sguardo è vagante come un vagabondo in cerca di una meta, davanti a me sorrisi sarcastici di “vittoria” e volti solcati dal dolore, urla di gioia e grida di disperazione. Il mio viso è pietrificato dalla figura di quell’uomo con la toga con il foglio in bianco in mano, cancellandone ogni espressione. Ricordi lontani che scorrono nei miei pensieri come i titoli di coda della pellicola di un film drammatico. Da anni l’Italia ha abrogato la pena di morte in quanto è un Paese di alta civiltà, dove il valore della vita è sacro incondizionatamente. Chissà perché invece la realtà è ben diversa e mascherata visto che un soggetto condannato all’ergastolo è considerato morto civilmente e la morte viene somministrata lentamente con lo scorrere degli anni. Da tempo numerose associazioni si battono per l’abolizione della condanna all’ergastolo, perfino il Papa lo ha cancellato dal codice penale del Vaticano, ma lo Stato italiano è cieco e sordo … ah dimenticavo …l’Italia è un paese civile che ha abrogato la pena di morte, l’Italia è un Paese dai forti valori umani ed è anche il Paese che concede ai giudici il libero arbitrio di condannare un imputato secondo il libero convincimento in un processo indiziario senza la cosiddetta “prova regina” che a volte diventa “prova principessa” o “contessa” con un impianto accusatorio debole, senza prove certe, al “fine pena mai”, senza voltarsi un solo attimo indietro e chiedersi: “E se quella persona fosse innocente?”, senza mai chiedersi “Siamo sicuri che sia stata fatta giustizia oltre ogni ragionevole dubbio?” Questa è l’Italia di ieri, di oggi e di domani, l’Italia nelle cui aule di tribunale vi è affissa una scritta: “La legge è uguale per tutti”, ma dimenticandosi di aggiungere che “Non tutti sono uguali davanti alla legge”. L’Italia dove si cerca ad ogni costo un colpevole per placare la sete di “giustizia” che in molti casi si rivela una vera e propria “ingiustizia”, dove si crea un mostro da sbattere in prima pagina. Ergastolo: l’assassino dei sogni

Lucia Bartolomeo carcere di Lecce,

13/12/2015

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