Il consumatore globalizzato e l’associazionismo

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Il soggetto consumatore e la consapevolezza dell’associazionismo

Una delle poche cose che ci accomuna in questo mondo sempre più globalizzato è che siamo tutti consumatori. Chi più fortunato e chi meno, chi può permettersi di acquistare il lusso e chi solo una ciotola di riso il consumo è la chiave imposta dalla modernità e, volenti o nolenti, ci viene assegnata come eredità fin dalla nascita visto che ogni bambino nato nel nostro Paese si porta dietro un carico di 35.000 euro di debito pubblico (circa). Il consumo è transnazionale, apartitico e aconfessionale e le alternative sono davvero poche perché se anche si volesse ricorrere all’auto produzione ci si scontrerebbe con i lacci e lacciuoli della burocrazia e delle norme. Forse qualcuno si ricorderà ancora che fino a pochi decenni fa, soprattutto nei piccoli paesi, quasi tutte le famiglie avevano dietro casa un piccolo orticello dove magari, oltre alla piccola coltivazione, si tenevano anche un paio di conigli, qualche gallina e, in taluni casi, persino un maiale di cui “non si buttava mai niente” (con tante scuse per la sensibilità degli animalisti). Ora non si può più, se non al di fuori dei centri abitati e sotto il rigido controllo delle autorità veterinarie, dei Comuni e della Forestale. Questioni di salute e di igiene pubblica si dice e noi accettiamo le regole, ma quando alcune multinazionali sono obbligate a ritirare certi prodotti dagli scaffali perché non conformi alle direttive, perché confezionate male o per altri motivi legati ai medesimi problemi dell’auto produzione notiamo che c’è qualcosa che non va: perché non possiamo rischiare di prenderci una salmonella dalle uova delle nostre galline e invece siamo obbligati a farlo attraverso le grandi catene alimentari? Ci aiuterebbero la logica e un po’ di matematica per capire che il problema sta nella globalizzazione appunto: se noi alleviamo 10 galline che risultano malate il danno è circoscritto, ma se un’infezione colpisce un’intera batteria di migliaia di polli le cose si fanno più complicate e la cura o, nel peggiore dei casi, l’abbattimento di quei poveri animali, rappresenta un danno economico di proporzioni notevoli e si sa, dove ci sono grossi interessi economici è più facile chiudere un occhio sulle regole. Ma il mondo gira così oramai, salvo un grosso cambiamento culturale che ci faccia riprendere tra le mani un dimenticato rapporto con la Terra e la natura, come per altro sta avvenendo sempre più spesso in alcune realtà. Il nostro ruolo di consumatore però, resta immutato, le sementi vanno acquistate e i trattori vanno alimentati, le banche che ci permetteranno di fare i nostri investimenti continueranno ad esistere e con il nostro lavoro quotidiano continueremo ad estinguere quel debito pubblico che ci è stato appiccicato fin dalla nascita. Abbiamo due possibilità di scelta a questo punto: continuare ad essere consumatori passivi oppure prendere consapevolezza del fatto ed organizzarci affinché nessuno faccia la parte del leone e l’unico strumento in linea con le regole e con il vivere comune è quello dell’associazionismo, possibilmente riconosciuto in forma statutaria e come istituzione, un associazionismo che svolga le funzioni di controllo e di tutela e che sia in grado di interporsi efficacemente tra la produzione ed il fruitore finale dei servizi, siano essi di carattere economico, alimentare o di qualunque altro genere perché, seppure la frase può sembrare banale, è l’unione che fa la forza e, numericamente e concretamente, siamo tutti consumatori …anche i produttori che acquistano ciò che non sono in grado di produrre

1 COMMENTO

  1. Complimenti per l’articolo! L’argomento apre la strada ad una serie di riflessioni, la prima delle quali si aggancia alla quantità che ciascuno di noi consuma. Il concetto di consumatore oggi può essere sicuramente mutuato da quello di qualche anno fa, perché il soggetto attivo (colui che compera, prodotti e servizi) non è mutato. Quello che invece ha cambiato il mondo del consumerismo è la quantità e la diversità di offerta, un dato che indurrebbe l’associazione di oggi ad interrogarsi sulle nuove modalità di intervento.

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